I Progetti in carcere

I CLASSICI DENTRO E FUORI IL BASSONE 2018

In ogni posto del mondo c’è la guerra, la ricchezza, l’amore e il buon Pangloss per quanto si spacciasse per un buon filosofo ed era apprezzato per la sua saggezza, ha cannato di brutto affermando la frase “Tutto va per il meglio a questo mondo.” Io penso che ognuno di noi debba vivere prendendo in considerazione che non sono gli eventi a dominarci, ma siamo noi stessi gli artefici di questa meravigliosa vita. (Cit. L.M. 2018).

Questa frase è stata scritta da un detenuto della casa circondariale di Como, il Bassone, e si riferisce chiaramente al romanzo Il Candido o l’ottimismo in cui uno dei personaggi principali è proprio il maestro Pangloss.

Si tratta di un racconto filosofico scritto quasi trecento anni fa dall’Illuminista per eccellenza, il francese Voltaire, un uomo che ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza carceraria e l’esilio forzato dal paese di nascita. Fu costretto infatti a scappare dalla Francia più volte e a terminare la sua vita a Ferney, Ginevra (Svizzera). Un uomo che si è sempre battuto per la libertà di pensiero e per la tolleranza “Il diritto dell’intolleranza è assurdo e barbaro; è il diritto delle tigri; anzi, è anche più orribile, perché le tigri non sbranano che per mangiare, mentre noi ci siamo sterminati per dei paragrafi.” (Voltaire, dal Trattato sulla tolleranza). Nonostante ciò, e purtroppo proprio per questo motivo, il filosofo ha più volte subito la repressione da parte della Chiesa e dei potenti dell’epoca basti ricordare come Il Candido, non appena pubblicato, sia stato oggetto di una forte censura scoppiata in un rogo in piazza in cui sono state bruciate tutte le copie stampate. 

Voltaire soggiornò, suo malgrado, più volte alla Bastiglia. Forse per lui, per riuscire a sopravvivere alla reclusione, la scrittura è stata una potente ancora di salvezza. Non si fa fatica a immaginarlo seduto a un tavolo in un’umida e buia cella a comporre uno dei suoi trattati filosofici. 

La domanda sorge spontanea: la scrittura è un’attività di recupero fondamentale anche per i detenuti di oggi? 

Per i detenuti, il periodo detentivo può e deve essere occasione di recupero della persona e le carceri devono, come sancito dalla Costituzione Italiana nell’articolo 27, svolgere un ruolo ri-educativo. Sprangare i delinquenti dietro al blindo, la porta di ferro delle celle, e buttare via la chiave, come si sente spesso dire in giro, è una prassi controproducente. Negli istituti in cui non si portano avanti attività rieducative, la recidiva è quasi del 70%, ossia 7 detenuti su 10 ritornano a delinquere una volta riottenuta la libertà. Anzi. Il più delle volte, la loro capacità di delinquere è decisamente migliorata, essendo stati per anni a diretto contatti con altri professionisti del crimine. Non per altro il carcere viene soprannominato “Università della delinquenza”. Al contrario, invece, negli istituti penitenziari italiani in cui si attuano progetti di recupero e percorsi di avvio a una professionalità, la recidiva crolla al 30%. Fatta eccezione per gli autori di crimini gravissimi, quali l'omicidio, o per quei rei la cui pericolosità sociale è assodata, esclusa questa che è un'esigua minoranza della totalità della popolazione carceraria, per la maggior parte dei detenuti il carcere inteso come chiusura dei blindi e abbandono a se stessi, quale fattore di prevenzione e dissuasione alla delinquenza, è assolutamente inutile. 

Nella maggior parte degli istituti penitenziari italiani da anni ci sono laboratori di scrittura creativa a cui i detenuti partecipano con entusiasmo e vengono organizzati anche concorsi letterari su scala nazionale destinati proprio alla popolazione carceraria. Scrivere è importante quando si sta fuori ed è importantissimo quando si sta dentro. Sbaglia chi crede che i reclusi abbiano libero accesso alla tecnologia, a internet o, più semplicemente, all’uso di whatsapp o di un cellulare. L’unico mezzo a loro disposizione rimane l’antica carta e penna e quindi tutte le loro comunicazioni, sia familiari che legali, come le istanze o le “domandine”, avvengono attraverso la scrittura. Ma dietro le sbarre la scrittura è sempre più spesso creativa perché all’interno di questi laboratori, guidati da persone esterne, i partecipanti vengono spinti a mettere nero su bianco le proprie emozioni, a buttar fuori sentimenti, paure, desideri che normalmente non riuscirebbero a esprimere, a scardinare delle porte emotive personali sprangate da anni. 

La scrittura creativa è entrata quindi a pieno titolo nelle attività istituzionali promosse dal Ministero di Grazia e Giustizia in quanto riveste il ruolo rieducativo espresso dall’articolo 27 della Costituzione ma anche perché diventa un ottimo mezzo di comunicazione con l’esterno. Le parole e la creatività dei detenuti riescono così a volar fuori da quelle inferriate e a raggiungere la società esterna scardinando molti luoghi comuni legati ai carcerati stessi, cliché generati dall’ignoranza, dalla non voglia di chi sta fuori di conoscere il mondo di chi sta dentro. La scrittura tra le sbarre è accompagnata spesso dalla lettura che diventa anch’essa un’ottima compagna nelle lunghe, purtroppo ancora troppe, ore di inattività quotidiana. Scrittura e lettura diventano “ali” per i detenuti, un modo per evadere dalla loro piatta quotidianità e, per l’appunto, mantenere un contatto con l’esterno.

In provincia di Como, si trova la casa circondariale Bassone che ospita attualmente circa 450 detenuti, alcuni in attesa di giudizio, altri che scontano la pena definitiva. All’interno di questa struttura si svolgono alcune attività tra cui un laboratorio di filosofia (portato avanti da sei anni dalla giornalista comasca Katia Trinca Colonel) e un laboratorio di scrittura creativa (che porto avanti personalmente da quasi due anni). 

Perché la filosofia in carcere? Severino Boezio, filosofo romano rinchiuso nel carcere di Pavia nel 524 d.C. e ingiustamente condannato a morte, scrisse proprio in reclusione l'opera che lo rese noto, De consolatione philosophiae, nella quale immagina che la filosofia venga in suo soccorso nei panni di una donna dispensatrice di parole che sono come un balsamo, una "medicina leggera". La filosofia in carcere da un lato consola anche chi non ha una fede (l'unica forma di aiuto spirituale nelle carceri è data spesso solo da un rappresentante di una qualche fede), dall'altro è un potente strumento di critica e autocritica, di esplorazione e ricognizione di noi stessi, del nostro modo, per esempio, di formarci un'opinione. La filosofia praticata è un prezioso strumento per affrontare le difficoltà cominciando da se stessi. Ai detenuti - che hanno davanti ore e ore vuote da passare in cella, con i pensieri che corrono come cavalli imbizzarriti - la filosofia può fornire valide briglie.

Il laboratorio di scrittura creativa in atto dal 2016, a cui partecipano  detenuti uomini affidati alle cure del Ser.T comasco, è un momento di condivisione di creatività e fantasia che porta alla realizzazione di testi scritti, racconti, commenti, pensieri, autobiografici e non. Oltre alla scrittura, durante l’attività si leggono spesso passaggi tratti da celebri romanzi della letteratura italiana e straniera. È stato proprio osservando  l’interesse e l’attenzione che i detenuti mostravano durante le lettura collettive che è nata l’idea di un progetto particolare dal titolo I classici dentro e fuori il Bassone. 

La letteratura può essere il mezzo per caricare di senso una cosa di per sé insensata come l’esistenza. 
Queste le parole di Antonio Tabucchi che sottolineano l’importanza della lettura nella vita di ognuno di noi, intesa come mezzo di svago, divertimento, apprendimento, riflessione e di esercitazione alla creatività. In Italia, tuttavia, la situazione sta decisamente preoccupando. I dati Istat sulla lettura nel 2016 mostrano infatti uno spaccato italiano sconfortante: circa 33 milioni di persone con più di 6 anni (il 57.6%) non hanno mai letto neanche un libro di carta in un anno. Risulta quindi essere sempre più urgente e fondamentale invitare le persone a dedicarsi a questa attività.

Per questo motivo l’associazione culturale Bottega Volante, di cui sono presidente, ha deciso di promuovere un progetto sui classici che partisse dalle celle per approdare all’esterno. Creare un ponte tra dentro e fuori il carcere usando come trait d’union la lettura e la scrittura, mettendo in piedi un
calendario di incontri che potesse coinvolgere sia reclusi che liberi attraverso dieci classici. 
Katia ed io abbiamo individuato questi romanzi da proporre uno al mese ai detenuti durante un incontro con i partecipanti al laboratorio di filosofia e quelli di scrittura creativa, detenuti della sezione maschile, di età compresa tra i 23 e i 60 anni. Un incontro dibattito che parte dalla condivisione dei loro scritti nati dalla lettura di questi romanzi e che spazia poi su varie tematiche legate alla vita in senso più ampio. Dopo questo primo incontro a porte rigorosamente chiuse, Katia e io portiamo all’esterno i commenti e le riflessioni dei reclusi condividendole con i lettori “liberi” che desiderano partecipare a questo scambio culturale in un “salotto” in centro città, la libreria Feltrinelli di Como dove, un venerdì al mese si svolgono questi appuntamenti gratuiti aperti a tutta la cittadinanza. 

La prima volta che abbiamo proposto questa idea in Feltrinelli, abbiamo subito riscontrato un grande entusiasmo da parte del direttore, Fabio Zampetta, che ha appoggiato in toto il nostro progetto fornendoci la massima collaborazione. Grazie al suo contributo, gli editori dei dieci romanzi prescelti hanno donato gratuitamente ai detenuti delle copie dei libri. Di queste copie, una per titolo viene lasciata nella biblioteca della sezione maschile della casa circondariale, le altre vengono consegnate ai partecipanti al progetto che le tengono per sé oppure, dopo avere lette, le fanno girare tra le sezioni del carcere anche a detenuti che non partecipano fisicamente al progetto ma che  mostrano interesse o curiosità verso il libro. Perché la letteratura ha bisogno di essere diffusa e ogni terreno è fertile per questo tipo di coltura/cultura …

Il progetto ha potuto partire grazie ad alcune donazioni fatte alla Bottega Volante da imprenditori del territorio (Tecnosport Spa, concessionaria di auto, il ristorante La Cascina e Verdesfuso, un negozio di prodotti biologici) e da singoli cittadini appartenenti a un gruppo di acquisto solidale (G.A.S. Birola)  che hanno creduto nell’idea, importanza e originalità di questo scambio culturale. 

A tutt’oggi due romanzi sono già stati analizzati: il Visconte dimezzato di Italo Calvino e il Candido di Voltaire. Entrambi i classici hanno scaturito una grande partecipazione e un interessante dibattito sia con i detenuti che con il pubblico in Feltrinelli. Il Visconte di Calvino ci ha permesso di interrogarci sulla dualità dell’essere umano contemporaneo, sempre meno in grado di gestire l’eterno personale conflitto tra bene e male. Un’opera scritta più di cinquanta anni fa ma estremamente attuale che è stato un ottimo spunto per farci parlare di amore, libertà, bene, male, religione, politica, tecnologia e scienza. 

Noi qua in carcere siamo come un po’ “dimezzati”, più dalla parte del male, ma proprio perché ci viviamo dentro, il male, percepiamo tanto il bene e la sua mancanza, che è inscindibile da qualsiasi “taglio netto”. Dimezzati perché ci manca quasi tutto dello scontato del fuori (…) (Cit. A.A. 2018).

Anche il Candido di Voltaire ha scaturito una discussione importante, uno scambio di commenti e chiavi di lettura notevoli che ci hanno dimostrato anche questa volta il forte interesse dei detenuti verso il progetto e l’importanza dei classici, strumenti fondamentali e sempre attuali per la scoperta e l’introspezione umana. 

Voltaire riesce a far passare quasi come fantasie letterarie gli stupri, gli amputamenti, le crudeltà più atroci, quando invece, se ci pensiamo, la realtà dell’uomo è molto peggio. Sono millenni che ci combattiamo tra di noi, bianchi contro neri, neri contro mulatti, mulatti contro gialli, vicini di casa contro vicini di casa, quartiere contro quartiere in una specie di eterna lotta fratricida per il nulla.  (Cit. R.G. 2018).

Avendo notato l’impatto favorevole avuto sia sui detenuti che sui liberi, si sta pensando di continuare questo appuntamento mensile anche nel 2019 e, se possibile, coinvolgere anche la sezione femminile e alcune detenute trans-gender che, da poco, risiedono al Bassone. 

I romanzi individuati spaziano dai tempi degli antichi Greci (il Simposio di Platone) fino ad oggi (Bjorn Larsson) e sono stati scelti poiché ottimi spunti di riflessione su temi importanti quali la lotta tra il bene e il male, la religione, la filosofia, la vita, la tolleranza.


Il prossimo titolo, previsto in Feltrinelli per il 9 di marzo, sarà “Se questo è un uomo” di Primo Levi, un libro forte, difficile che già sta toccando gli animi dei detenuti che, durante gli incontri settimanali di scrittura e filosofia, hanno cominciato a parlare e a dibattere tra loro su questo argomento. Un romanzo impegnativo ma mai così attuale come oggi perché, come scrive l’autore in una prefazione, A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico.” (…) Quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alla sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. 

« È un’iniziativa che saluto con grande favore – commenta la direttrice della Casa Circondariale di Como, dottoressa Carla Santandrea - e ringrazio sia i volontari sia la Feltrinelli per l'impegno e la disponibilità». 

Il carcere è un mondo totalmente ignorato dalla società che, difficilmente e raramente, si interroga su questa realtà limitandosi ai soliti cliché che vedono il detenuto vestito a strisce con, magari, anche una palla di metallo alla caviglia. Con l’aiuto di Voltaire, Melville, Wilde, Larsson, Lewis, Boccaccio, Calvino, Levi, Yourcenar e Platone, noi vogliamo far passare attraverso quelle sbarre una consapevolezza differente, una conoscenza reciproca perché come ha detto Papa Francesco, durante la XXXI giornata mondiale della gioventù a Cracovia, bisogna “Costruite ponti, non muri.”

E noi stiamo cercando di costruire questi ponti usando un cemento armato molto speciale: la letteratura.


Testo e immagini di Eletta Revelli